Testimoni di giustizia

Don Giuseppe Puglisi, prima vittima della mafia a essere beatificato come martire

Don Giuseppe Puglisi, prima vittima della mafia a essere beatificato come martire

Quanto costa stare dalla parte della giustizia in Italia: uno spaccato su una realtà che pochi conoscono.

Venerdì 4 ottobre scorso presso il Centro Salesiano si è tenuta la prima iniziativa pubblica del Presidio di LIBERA della Bassa Pianura Bergamasca. Ospite della serata un “testimone di giustizia”: Giuseppe Carini (condannato a morte da Cosa nostra per aver collaborato alla cattura dei killer di don Pino Puglisi, del quale era amico e collaboratore), che ci ha spiegato lui stesso chi essi siano.

Innanzitutto i testimoni di giustizia non vanno confusi con i collaboratori di giustizia: questi ultimi sono persone che hanno fatto parte di associazioni criminali, hanno commesso crimini e sono stati organici alla criminalità. A un certo punto della loro vita hanno deciso, di solito più per convenienza che per motivi etici, di collaborare con la giustizia, denunciando fatti e persone di cui sono a conoscenza all’autorità giudiziaria. Per questo motivo entrano a far parte di un programma di protezione ministeriale (cambio residenza, scorta, modifica delle generalità, ecc.).

I testimoni di giustizia al contrario, sono normali cittadini, che a un certo punto della loro esistenza decidono di denunciare fatti e persone delittuose, per quanto a loro conoscenza, esclusivamente per motivi di giustizia e senso civico. Anche per loro inizia il progamma di protezione. E qui comincia la parte drammatica del racconto di Giuseppe, che ci dice in apertura: “Vi racconterò luci e ombre”.

La legge che prevede il programma di protezione per i collaboratori di giustizia è del 1991, ed è pensata per loro, prevede un codice etico cui ognuno deve sottoporsi (ad esempio si chiede di non rubare!). Da quella data fino al 2001, anno in cui entra in vigore la legge 45/2001 che riconosce la figura del “testimone di giustizia”, questi ultimi usufruiscono della stessa legge dei collaboratori, devono sottoscrivere lo stesso codice etico (non rubare!), perdono il diritto di voto, in qualche caso la patria potestà. La legge del 1991 è pensata per proteggere criminali pentiti (!), non cittadini onesti che si vedono stravolgere l’esistenza, forse per sempre, per il proprio senso di giustizia. Chi è diventato testimone di giustizia, in questi anni ha perso tutto: il lavoro, ad esempio, perché trasferito lontano da dove aveva l’impiego; i rapporti con il proprio ambiente, i propri familiari. Questo può essere ammissibile per un ex criminale, non per un onesto cittadino.

“Com’è possibile accettare che un gesto di forte coraggio civile si traduca in un dramma familiare, di cui in Italia nessuno conosce?”, ci dice Giuseppe.

Prosegue denunciando lo stato di abbandono in cui si trovano i testimoni di giustizia, l’inefficienza dell’apparato che li gestisce, si appella ai magistrati perché smettano di non considerare più di loro competenza chi non è più utile al procedimento giudiziario. Il programma di protezione è al collasso, si fa fatica a pagare gli affitti delle case dove alloggiano i testimoni di giustizia, le scorte non sempre ci sono, molti di loro sono in cura presso i dipartimenti di salute mentale: schizofrenia, parti prematuri, aborti alcune conseguenze.

E sapete quanti sono i testimoni di giustizia in Italia in questo momento: ottantaquattro!

Una luce in tutto questo buio è rappresentata dal D.L. 1013/101 del 28 agosto 2013 (recentissimo dunque), in cui si affronta il problema del reinserimento lavorativo una volta terminato il programma di protezione: una sistemazione nella pubblica amministrazione.

A questo punto, durante il dibattito seguito alla testimonianza, Giuseppe ha ricordato la propria vicenda personale: l’infanzia a Palermo, la conoscenza e l’attività con don Puglisi, la testimonianza nel processo contro i suoi assassini e l’inserimento nel programma di protezione. Ci ricorda come la fede, la figura di don Puglisi prima e di don Luigi (Ciotti) poi, siano stati per lui determinanti per la scelta che ha compiuto. E che continua a portare avanti, assieme agli altri ottantatré, seguitando a credere, come dici don Luigi alla libertà nella responsabilità.


Vi ricordiamo che il Presidio di LIBERA della Bassa Pianura Bergamasca, costituito il marzo scorso, proseguirà nella sua attività con un incontro il 12 novembre prossimo, in luogo ancora da decidere, con Piera Aiello, altra testimone di giustizia.

Ogni Presidio di Libera è intitolato ad una vittima della criminalità organizzata. Quello della Bassa Pianura Bergamasca ha deciso di intitolarsi proprio ai testimoni di giustizia, vittime vive, le ha definite Giuseppe, e di essi si vorrà occupare spiegando chi sono e cercando di capire come aiutarli oltre a farsi promotore della cultura della legalità e del dovere sociale della testimonianza.