Voi, noi e lui

La vostra “integrazione”, la nostra insicurezza: nel buio di una tiepida sera di marzo, qualcuno, protetto dalle tenebre, ha fissato uno striscione scritto a chiare lettere, firmato col simbolo dell’organizzazione di estrema destra Casapound, alla cancellata della scuola elementare. Siamo alla Geromina, frazione di Treviglio, tremila abitanti, tanti bambini, due bar, la chiesa, l’oratorio, i giardinetti, la scuola materna e quella elementare. Una realtà tranquilla, dove ci si conosce un po’ tutti, dove i bambini giocano ancora a pallone per strada nelle vie del quartiere e negli spazi verdi intorno ai caseggiati nuovi.

A “turbare” la serena quotidianità della frazione è stato un ragazzo poco più che ventenne, richiedente asilo che, aderendo a un progetto sottoscritto da Prefettura, Caritas e Cooperativa Ruah, ha pensato bene di ricambiare l’ospitalità del nostro Paese offrendosi come volontario in aiuto ai bidelli della scuola elementare per svolgere lavori di facchinaggio. Piccole esperienze di questo tipo avvengono anche altrove: un po’ su tutto il territorio nazionale molti profughi, in attesa di conoscere il responso del tribunale alla richiesta d’asilo, inseriti in progetti autorizzati dalle Prefetture prestano volontariamente la propria opera in lavori di vario tipo, dalla manutenzione del verde, alla pulizia delle strade. Esperienze a stretto contatto con la comunità locale, a costo zero per gli enti: perché bisogna pur iniziare da qualche parte a incontrarsi, a conoscersi, a fare qualcosa di concreto e di reciproco in attesa che i tempi dilatati della burocrazia e i vuoti pneumatici della politica diano delle risposte a questi progetti di vita in stand by. In Bergamasca, per esempio, sono oltre 100 le realtà dove i richiedenti asilo fanno volontariato, cercando di ripagare in qualche misura il Paese che li ospita.

La novità non passa inosservata. Il papà carabiniere di un alunno della scuola in questione si presenta con altri due marescialli in borghese, del nucleo investigativo, alla Dirigente scolastica per chiedere spiegazioni sulla vicenda. Pare tuttavia che il servizio di volontariato continuerà, perché altrove funziona molto bene e perché né i rappresentanti dei genitori né tantomeno i piccoli studenti hanno alcunché in contrario.

Passa qualche giorno, il volontario continua il suo lavoretto nella scuola elementare.

Poi, una sera, nell’oscurità si materializza quello striscione, firmato da Casapound Bergamo, sulla recinzione della scuola. La “vostra” integrazione, la “nostra” insicurezza: come se il tema integrazione non ci riguardasse tutti come comunità, come se l’integrazione non passasse anche attraverso questi piccoli progetti, come se il lavoro di facchinaggio di un profugo ventenne fosse una minaccia alla pubblica sicurezza. Tempo dieci minuti e lo striscione svanisce nel nulla, inghiottito dal buio che l’aveva portato.

La mattina dopo il sole come ogni giorno sorge e tramonta sulla frazione dove bambini provenienti da varie parti del mondo giocano a pallone per strada, il pomeriggio; resta appeso un solo striscione, da anni affisso alla cancellata dell’oratorio. C’è scritto: “Siamo tutti responsabili di tutti”.