Francesco alla prova dei serpenti

papa_francescoForse per merito dello Spirito Santo, forse per un grande slancio innovatore o forse per paura di compromettere tutto, i cardinali in Conclave ci hanno regalato questa bella novità di papa Francesco.

Nelle prime parole cordiali (ricordate il primo “Buonasera”?) ha richiamato una Chiesa che accompagna gli uomini e nei primi gesti sobri (una croce di ferro ha sostituito una croce d’oro) ha deciso di conformarsi a chi fa più fatica. Quel che dovrebbe essere normale appare strano, ma non importa: da qui si riparte per non più, si spera, tornare indietro.

«La Chiesa è rimasta indietro di 200 anni. Come mai non si scuote? Abbiamo paura? Paura invece di coraggio?» diceva Carlo Maria Martini poco prima di morire lo scorso anno. Sembra che ora si siano poste le premesse per colmare i ritardi.

Inusuale è stata la rinuncia di Benedetto XVI dopo quasi 8 anni di pontificato ed inusuale anche la provenienza di papa Bergoglio: per la prima volta dal sud del mondo, per la prima volta un gesuita sulla sedia di Papa. Una sedia per niente comoda, dalla quale non sarà sufficiente immettere segni nuovi di vicinanza a tutti gli uomini e le donne di questo tempo. Al Papa sarà anche richiesto di prendere in mano i serpenti evitando il veleno: “E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno, imporranno le mani ai malati e questi guariranno” (Marco 16,17-18).

Quel che resta da fare è molto. Al Papa non servono i miei consigli, ma mi piacerebbe vedere confermati nelle sue azioni anche tre percorsi dei quali mi interessa il risvolto civile (quel che possono dire a tutti, credenti e non), consapevole che può essere poco per chi crede, ma è molto per chi osserva coloro per cui è stato detto: “Da questo vi riconosceranno che siete miei discepoli, se vi amerete gli uni gli altri…” (Giovanni 13,35). Sono la mia personale traduzione non confessionale di fede, speranza e carità.

Per prima cosa credo debba essere forte la scelta di seguire quell’unico Signore, fedeli all’essenziale anche nelle strutture, nei gesti, nelle liturgie, nei paramenti e nelle manifestazioni che a volte richiamano la tradizione e a volte assomigliano più a riti pagani. Rinunciando agli ossequi ai potenti di turno, agli scambi di favori per mettere al riparo le proprie cose. Assumendo di più i caratteri già propri di tante comunità e preti alle prese con le difficoltà etiche ed economiche del nostro tempo.

Facendo così quel popolo di Dio sarà in grado di indicare a tutti noi che non si deve essere servi del dio denaro e dell’apparire e che il mondo può trovare al suo interno le risorse per camminare e non disperdersi inseguendo le fesserie dei VIP della televisione.

Un indicatore di speranza è la simpatia per gli uomini (la “tenerezza” richiamata dal Papa stesso il giorno dell’insediamento), quelli del proprio tempo, con la capacità di interrogarsi e dialogare nell’affrontare questioni anche scomode o non ancora completamente “digerite”. Che viaggio si compie senza cercare una sintonia con chi ti accompagna? Tanto più se il viaggio sarà lungo.

Esercizio di speranza è affrontare con tutte le religioni la grande questione della pace, sfilando per sempre la possibilità che in nome di un Dio si faccia guerra.

Dare speranza alla gente, un senso al loro agire onestamente e al loro relazionarsi pacificamente pur nelle difficoltà del momento presente, la possibilità che dalle crisi se ne esca insieme. Ecco cosa mi aspetto.

Infine c’è la scelta preferenziale per i poveri, il sostegno a chi fa più fatica perché nessuno manchi del necessario, prendendo le difese di chi non ha voce e deve sempre subire e stare ai margini delle nostre città. Ma è solo il primo passo perché “dal bisogno bisogna passare alla fraternità, altrimenti non si va da nessuna parte e la persona che c’è resta sempre con la maschera delle sue necessità”, ci ricordava Franco Galimberti, operatore Caritas, in una intervista dello scorso anno per il giornale «iTrevigliesi». Non credo possa lasciare indifferenti un percorso di questa portata.

Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!” (1 Corinzi 13).

Cosa c’entri tutto questo con una banca come lo IOR, con il carcere per metterci un maggiordomo, con le rivalità tra trafficoni di curie romane (e ben altro dovrei aggiungere) è ancora tutto da capire e da giustificare.

Tocca ora a Francesco fare pulizia.

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