L’incontro coi profughi. Un dialogo inaspettato

festa 1Qualche giorno fa io e due miei amici siamo stati ospitati dalla comunità Ruah, un’associazione di volontari che negli ultimi mesi si è occupata di provvedere all’ospitalità dei profughi giunti a Treviglio.

Le intenzioni erano delle più semplici: conoscere i nuovi ospiti della nostra città e formarci un’opinione sulla loro presenza a Treviglio che non fosse dettata da pregiudizi in nessun senso. In pochi secondi tutte le buone intenzioni si sono scontrate contro un muro quasi insormontabile di difficoltà. Quando siamo arrivati ci aspettavamo di trovare adulti formati, uomini dalla pelle dura, con tanta vita e storie alle spalle. Le storie c’erano, ma erano di ragazzi della nostra età (23 anni) con un passato completamente lontano dal nostro. Il nostro e il loro sguardo inevitabilmente si è abbassato, intimidito.

Così, tutti un po’ imbarazzati, abbiamo provato a parlare con loro. Comunicare, non ci sembrava un problema, un modo lo si trova sempre, giusto? Sbagliato. I ragazzi parlavano francese, lingua conosciuta dai volontari che si occupavano di mediare ma non da noi, che invece conoscevamo l’inglese, lingua compresa solo dalla parte di loro che non parlava francese. Per farla breve: ogni domanda doveva essere rivolta in una lingua e poi tradotta nelle altre due. Immaginatevi quanto tempo c’è voluto anche solo per salutare e presentarsi, pensate poi parlare della loro nuova (e temporanea) vita nella città.

È stato difficile guardarli negli occhi senza ipocrisie, raccontando la verità su come la loro presenza sia qualcosa di più di un semplice soggiorno.
Gran parte di Treviglio non vi vuole, vi considera una minaccia, vi vede come potenziali criminali, ha paura. Ma voi cosa ne pensate? Chiediamo.
La domanda passa di bocca in bocca, viene tradotta, e crea un silenzio imbarazzato in attesa della risposta. Sono attimi di timore. Forse non dovevamo essere così diretti, forse non sapevano, non immaginavano…E invece sapevano, eccome!

Grazie a un moto di coraggio uno di loro prende la parola. Parla in italiano, o meglio cerca di farlo, come gli suggeriscono i volontari del Ruah. La risposta che ci consegna ci lascia spiazzati: “Voi parlate di integrazione, di cultura… Io ci provo ma appena mi avvicino a qualcuno quello se ne va velocemente. Dimmelo tu: perché avete paura?”

Dialogare è difficile, dicevo, ma è l’unico modo per riflettere e per comprendere. Si parla per restare senza parole ma con il pensiero attivo. Io non sono riuscito a rispondere alla domanda che mi è stata posta, mentre la mia aveva trovato un’ottima risposta. Sono un po’ di giorni che questa domanda mi ritorna in mente: perché abbiamo paura? Perché la politica non riesce a gestire la situazione fuori da slogan elettorali? Perché la mia città non da una possibilità a questi ragazzi e continua a restare vittima di pensieri irrazionali? Perché alcune dita su una tastiera augurano ogni disgrazia a queste persone?

Perché comunicare non è mai semplice, ma è l’unica soluzione.

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